di Massimo Palozzi - Alle volte la forza contundente dei numeri vale più di mille parole. E quelli diffusi in settimana lasciano davvero poco spazio all’interpretazione. Secondo l’ultima indagine Istat su natalità e fecondità della popolazione residente, a Rieti e provincia nel 2023 è nato il numero più basso di sempre di bambini: 823, con un calo di 23 rispetto al 2022 e una previsione per il 2024 ancora al ribasso.
I dati di oggi confermano una tendenza ormai consolidata, iniziata quindici anni fa. Nel 2009 si toccò infatti il picco più alto dell’ultimo quarto di secolo con 1.324 neonati, ben 501 in più rispetto al 2023.
Degli 823 nati l’anno scorso, 447 sono maschi e 376 femmine. Nel complesso, 108 (il 13%) hanno genitori entrambi stranieri. Il tasso di fecondità totale a Rieti scende così da 1,12 a 1,09, a fronte della media regionale dell’1,11% e nazionale dell’1,21. L’età media dei padri è 36,24 anni, mentre quella delle madri 32,62, dato che incide persino sulla terminologia medica. Fino a qualche tempo fa, le donne che avevano il primo figlio dopo i trent’anni venivano ad esempio definite, con un’espressione piuttosto inelegante, “primipare attempate”. Oggi alla categoria si iscrivono le signore che hanno compiuto i 35 e a breve, visto il trend, la soglia sarà spostata oltre i 40.
Di fronte a queste cifre non sorprende che la nostra provincia registri una popolazione anziana in crescita e la più alta percentuale di ultrasessantacinquenni del Lazio. Come direbbero i francesi, tout se tient. Il mancato ricambio generazionale compone infatti solo in quota parte un contesto alimentato da diversi fattori, tra i quali l’emigrazione giovanile spicca per la sua incidenza.
A Rieti non è soltanto una fuga verso l’estero, fenomeno peraltro in grande ascesa. Secondo l’ultimo rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes pubblicato a novembre scorso, il 44% di chi ha lasciato l’Italia nel 2022 aveva tra i 18 e i 34 anni, percentuale in crescita di due punti rispetto al 2021 e con una tendenza che non sembra per niente destinata a invertirsi, se in un solo anno sono espatriate 50mila persone. Alla presentazione dello studio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella definì la fuga di cervelli “una patologia” alla quale “porre rimedio”, con l’invito alla classe politica a “individuare percorsi per garantire il ritorno in Italia”.
Restando a Rieti, le ataviche criticità non sono state affatto risolte e in un contesto macro così pieno di difficoltà contribuiscono a svuotare il serbatoio di nuove competenze. Sia favorendo l’emigrazione verso l’estero, sia più banalmente inducendo i ragazzi a cercare formazione e realizzazione professionale in aree del paese meglio attrezzate.
Il fenomeno è nuovo ma fino a un certo punto. Non è che 15 anni fa le cose andassero meglio, eppure i figli si facevano. Il fatto è che le dinamiche sociali sono molto complesse e il risultato non può essere ascritto ai singoli fattori autonomamente presi, quanto piuttosto alla loro interazione.
Partendo da questo presupposto, l’unica strada rimane quella di agire sulle leve a disposizione, grandi o piccole che siano. Le guerre, la destabilizzazione internazionale con le relative crisi occupazionali, l’aumento del costo delle materie prime, i mutamenti climatici, la concorrenza dei paesi emergenti non possono certo essere fronteggiati dalle istituzioni locali. Però qualcosa si può (e si deve) fare.
La scorsa settimana è stato celebrato con giustificata enfasi l’avvio del primo anno del corso di laurea in Medicina e Chirurgia nel polo universitario reatino. A corollario dell’evento, proprio su questa pagina segnalavamo come il nostro capoluogo sia ancora ben lontano dallo strutturarsi come città universitaria. Alcuni segnali andavano comunque nella giusta direzione, tipo l’annunciato potenziamento delle linee urbane da parte di Asm per favorire gli spostamenti degli studenti. Purtroppo però, ad appena qualche giorno dal via, il problema dell’inadeguatezza del servizio è già scoppiato, con le (giuste) rimostranze dei ragazzi, impossibilitati a tornare a casa al termine delle lezioni per mancanza di mezzi pubblici.
Ora si correrà ai ripari, ma per l’ennesima volta si interviene dopo che i buoi sono usciti dalla stalla. La mancanza di visione e di programmazione è uno dei mali che affligge il territorio e la vicenda universitaria ne è lo specchio fedele. Ovviamente la croce non va buttata addosso soltanto all’azienda guidata da Vincenzo Regnini. A fare la sua parte c’è pure la farraginosa distribuzione degli spazi dedicati alla didattica. L’idea di una università diffusa, così tanto gettonata nei discorsi degli amministratori, in realtà non è un concetto voluto quanto del tutto subito per l’impossibilità (o l’incapacità) di concentrare l’insediamento accademico in un sito dedicato. Che poi, per carità, potrebbe essere anche una soluzione praticabile, se solo si offrisse agli studenti la possibilità di fruirne senza eccessive peregrinazioni.
La questione è cruciale. Se i reatini non fanno figli, le alternative per non diventare un ospizio su larga scala sono due: sperare che li facciano gli immigrati o che arrivino giovani da altre parti d’Italia e del mondo per studiare e laurearsi, magari mettendo qualcuno radici come spesso succede in questi casi.
Il rischio di compromettere tutto il lavoro e di spingere le matricole ad abbandonare Rieti per trasferirsi altrove è altissimo. Così come gravi sarebbero le conseguenze di una reputazione negativa sul piano della qualità della vita, posto che uno scenario del genere finirebbe inevitabilmente per generare un formidabile effetto deterrenza, scoraggiando eventuali nuovi arrivi. Un lusso che davvero non ci possiamo permettere.
27-10-2024

